Stress e alimentazione: quale relazione?

Che si possa mangiare, non per fame, ma in risposta a sentimenti ed emozioni è ormai chiaro a chiunque. Si tratta di episodi di cosiddetto “Emotional Eating”, connotati dalla perdita di controllo e dalla difficoltà a porre un freno a ciò che si mangia.

Diverso però è parlare di stress; stress che influisce sulla salute non solo attraverso processi fisiologici diretti ma anche a causa dell’influenza che esso svolge sui cambiamenti comportamentali, specialmente quelli di salute come la scelta degli alimenti e la loro assunzione.

Ma vediamo, più nel dettaglio, che cos’è lo stress, prima di capire quale relazione intercorre fra quest’ultimo e l’alimentazione.

Il termine stress si riferisce a una nozione fisica e denota la forza che, agendo su un organismo, ne modifica le caratteristiche. A definire in modo più specifico lo stress, fu il fisiologo Hans Selye, che nel 1936, grazie alle sue osservazioni sulle cavie da laboratorio, fu in grado di qualificare lo stress come “una risposta non specifica dell’organismo a ogni richiesta effettuata ad esso”. Una risposta, insomma, che può essere attivata sia da agenti di natura fisica che psicologica e che serve al nostro organismo per mantenere una condizione di equilibrio (omeostasi).

Attenzione però: se è vero che le risposte allo stress a breve termine comportano una variazione adattiva (per esempio tramite l’inibizione dei processi infiammatori e la resistenza alle infezioni) che aiuta il soggetto a reagire in modo positivo, quando lo stress diventa prolungato, si arriva ad una condizione di variazione anti-adattiva (per esempio, tramite l’aumento della sensibilità alle infezioni o l’ulcera gastrica).

Non è possibile, infatti, per il nostro organismo, fronteggiare degli stressor (=agenti stressanti) a lungo termine senza che questi impattino negativamente su psiche e soma.

Ciò premesso, si può affermare che vi sia una relazione fra stress e comportamento alimentare?

Le ricerche dicono di sì.

Numerosi studi effettuati hanno evidenziato come lo stress alteri l’assunzione di cibo complessiva in due modi: con una sovra- o con una sotto-alimentazione, a seconda della gravità degli eventi stressanti. Nello specifico, sembra che ad uno stress acuto l’organismo risponda diminuendo l’appetito mentre, ad uno stress cronico, l’organismo risponda favorendo il consumo di cibi altamente energetici.

Nonostante quella appena esposta possa essere considerata una “regola generale”, le ricerche sottolineano come le variabilità individuali nel fronteggiare lo stress, possano fare la differenza. Ricordiamo infatti che la risposta allo stress è fortemente dipendente dalla valutazione che l’individuo attua, sia dell’evento, che delle proprie capacità di affrontarlo.

Le ricerche sul tema ci informano, tuttavia, anche di un altro fenomeno molto importante, ovvero che anche l’obesità stessa può essere fonte di stress.

Cosa significa?

Significa che lo stress può rappresentare sia una CAUSA che una CONSEGUENZA dell’obesità, interagendo in un modello bidirezionale. 

In altre parole, l’aumento di peso ha il potenziale per innescare la risposta allo stress che, a sua volta, può aumentare il peso, e così via. In questo modo le interazioni tra stress e obesità potrebbero creare un circuito.

Ma non finisce qui…dato che anche le perdite di peso sono capaci di attivare una risposta allo stress, e quindi opporsi ad una ulteriore perdita di peso, possiamo affermare che il sistema di stress può essere coinvolto nelle sfide di perdita di peso.

Cosa ci dice tutto questo?

Il modello di retroazione positiva fra stress e obesità indica che il trattamento dell’obesità dovrebbe concentrarsi non solo sul bilancio energetico, ma anche sul sistema dello stress e dei suoi fattori stressanti.

Al fine di spezzare la spirale tra stress e obesità può essere importante identificare e rimuovere i possibili fattori di stress, nonché agire sulle strategie di coping, ovvero sulle tipologie di sforzo cognitivo e comportamentale che ogni individuo mette in atto per trattare le richieste specifiche che gli vengono poste dal suo ambiente interno ed esterno. Molte volte accade, infatti, che tali strategie si rivelino del tutto inadeguate e che bastino pochi colloqui per comprendere dove si sbaglia al fine di “correggere il tiro”.

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