Perché fatichiamo a mantenere la perdita di peso?

Se vi è capitato di seguire, almeno una volta nella vita, una dieta ai fini della perdita di peso, potreste esservi accorti che la vera sfida non è rappresentata tanto dal perdere chili ma dal mantenere il nuovo peso raggiunto.

Perché ciò accade?

Trascurando per un momento l’analisi dei fattori più strettamente collegati al programma alimentare e quelli connessi alla mancanza di strategie psicologiche necessarie per rendere permanente il nuovo stile di vita, oggi ci concentreremo sulle caratteristiche del tessuto adiposo al fine di comprendere come lo stesso influenzi il nostro successo nella perdita di peso.

Bisogna premettere che il grasso corporeo viene immagazzinato in tante piccole cellule adipose, chiamate adipociti, i quali numero e dimensione variano da individuo a individuo.

Quando aumentiamo di peso, il grasso corporeo aumenta di conseguenza, attraverso due possibili processi:

  • AUMENTO DELLE DIMENSIONI DELLE CELLULE ADIPOSE (ipertrofia)
  • AUMENTO DEL NUMERO DI CELLULE ADIPOSE (iperplasia)

L’accumulo di lipidi nelle cellule adipose fa sì che queste aumentino il loro volume ma, esistendo un limite oltre al quale gli adipociti non possono ulteriormente aumentare di dimensione (volume massimo = 1 µg) accade che le cellule incrementino il loro numero per poter sopperire alla necessità di incrementare le riserve adipose. In altre parole, quando la cellula raggiunge il suo massimo volume, l’unico modo per accumulare altro grasso è di quello di moltiplicarsi.

In questo processo risiede proprio la difficoltà di mantenere nel tempo una perdita di peso. Quando una persona obesa dimagrisce, infatti, le cellule adipose perdono una certa quantità di grasso, riducendo il loro volume. Purtroppo, però, il numero di adipociti non può essere ridotto. Questo fenomeno spiega perché, sospendendo la cura dimagrante, si riacquista nel breve periodo gran parte del grasso corporeo perso.

Per fortuna, però, l’iperplasia degli adipociti non avviene in modo così semplice ma si verifica solamente in determinate circostanze:

  •  nel terzo trimestre di gravidanza;
  • in fase prepuberale;
  • in età adulta durante il passaggio da un’obesità moderata (BMI>30) ad un’obesità grave (BMI>35).

Ne consegue che,  ad eccezione di tali casi, i cambiamenti della composizione corporea si verificano per la sola variazione del volume di grasso contenuto nelle singole cellule adipose.

Cosa significa tutto ciò?

Significa che prevenire l’eccessivo aumento di peso, anziché la sola perdita di chili, è un aspetto fondamentale, soprattutto nei bambini, nei quali tale fenomeno potrebbe predisporre, con molta probabilità, a rimanere obesi per tutta la vita. 

Una volta innescato il fenomeno dell’iperplasia, NON è più possibile ridurre il numero di cellule adipose ma soltanto il loro volume. 

Ma, allora, ci si potrebbe chiedere, se non si rientra in nessuno dei tre casi sopra citati si possono dormire sonni tranquilli?

Non proprio…

Anche per coloro che tentano di perdere peso riducendo il volume delle cellule adipose (ad esempio mediante una dieta ipocalorica), la strada non è tutta in discesa. Alcuni studi hanno infatti dimostrato l’esistenza di una relazione fra il numero di adipociti e la regolazione dell’appetito. Secondo queste ricerche, un numero elevato di cellule adipose “vuote” sarebbe capace di innescare attacchi di fame incontrollata aumentando lo stimolo della fame e rendendo, di conseguenza, più difficoltoso seguire una dieta (teoria lipostatica). Bisogna ricordare a tal proposito che il tessuto adiposo non è un deposito inerte ma un vero e proprio organo endocrino e, come tale, è capace di influenzare diversi processi all’interno dell’organismo.

Come fare, allora, per vincere la lotta all’obesità?

Le ricerche, da tempo, ci invitano a rivedere i nostri obiettivi e ad agire su più fronti. Vediamo insieme i principali punti di un approccio vincente:

  • stabilire un obiettivo ragionevole in termini di peso da perdere;
  • evitare diete ferree;
  • introdurre in modo permanente un buon livello di attività fisica (strutturata e non strutturata; 150 minuti a settimana);
  • introdurre corrette abitudini alimentari (nessun divieto; solo regole generali dettate dal buon senso);
  • lavorare sull’apprendimento di strategie necessarie ad affrontare gli ostacoli al cambiamento (problem solving, motivazione, tecniche di controllo degli stimoli, gestione delle ricadute, ecc.) mediante il supporto di un professionista quale lo psicologo alimentare.

 

 

 

 

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