E se andasse tutto male? Quando il confronto con la morte può salvarci la vita

Credo di poter affermare con sufficiente sicurezza che la maggior parte di voi sta affrontando l’emergenza sanitaria da coronavirus cercando di tenere lontana l’idea della morte ed alimentando come meglio possibile un sentimento di speranza.

Mi riferisco soprattutto a coloro che, dovendo rispettare la quarantena, stanno cercando, com’è giusto che sia, il lato positivo di questa pausa necessaria.

Sono ormai settimane che i social abbondano dell’hashtag “andrà tutto bene”, ignorando il fatto che sono già centinaia le persone a cui il virus ha portato via un parente o un amico.

Ma non biasimo costoro. Ognuno di noi fa il possibile per stare meglio, per mantenere la propria serenità entro le mura domestiche.

Ho deciso di scrivere questo articolo perché, personalmente, in questi giorni trascorsi a casa effettuando le terapie online, ho colto un bisogno diverso che forse non è stato affrontato nel modo più soddisfacente parlando solo di speranza e di arcobaleni.

Si tratta del bisogno di dare un senso alla quarantena in un modo più profondo, direi esistenziale.

Per questo ho subito pensato alle parole dello scrittore e psichiatra Irvin Yalom, psicoterapeuta della scuola esistenzialista che nel suo saggio “Psicoterapia Esistenziale” (2019) ha affrontato il tema della morte in ragione della sua possibilità di salvarci.

Una visione che, paradossalmente, può mostrarci la più rosea delle speranze.

Yalom scrive: “L’integrazione dell’idea di morte ci salva; invece di condannarci a esistere di terrore o di cupo pessimismo, agisce come un catalizzatore per immergerci in modalità di vita più autentiche, e accresce il nostro piacere nel vivere la vita.”

I nostri atteggiamenti nei confronti della morte influenzano il modo in cui viviamo e cresciamo nonché il modo in cui ci indeboliamo e ci ammaliamo.

Potreste pensare che la morte, di cui in questi giorni si parla di continuo, sia qualcosa che dovrebbe rimanere celato, un argomento da nascondere. In verità vita e morte sono interdipendenti: esistono simultaneamente, non consecutivamente.

Dice Yalom: “La morte ronza di continuo sotto le membrane della vita ed esercita una vasta influenza sull’esperienza e sulla condotta.”

La morte, d’altra parte, è uno degli eventi più importanti della vita.

La sua presenza, anche se terrificante, cela una possibilità fra le più significative che ci possano essere offerte: quella di salvarci la vita.

Cosa significa?

Significa che: “anche se la fisicità della morte distrugge l’uomo, l’idea della stessa lo salva”.

Heiddeger, nel 1926, illustra questo concetto mostrando come la consapevolezza della morte possa fungere da sprone per spostarci verso una modalità di esistenza superiore.

Rendono evidenti questo pensiero i numerosi scritti di coloro che, scampati alla morte (per malattia o per un incidente o per un suicidio), hanno espresso il loro senso di gratitudine verso le possibilità che questa esperienza gli ha dato.

mi rendo conto della vita, come guardare un uccello volare; tutto è più significativo quando si arriva vicini a perderlo”;

“Adesso ho una forte spinta verso la vita. La mia vita è rinata”;

“Ho un nuovo scopo per il mio essere vivo”;

“Ho capito che solo il presente ha senso. Devo vivere adesso e non posticipare tutto a quando sarò in pensione od a chissà quale altro momento del futuro”;

“Non ho più paura di scegliere cosa è meglio per me. Vedo tutto chiaro e non faccio più ciò che non desidero fare”.

La letteratura è colma di casi in cui, dopo un confronto con la morte, le persone hanno modificato le proprie prospettive di vita e rimesso in ordine le priorità della loro esistenza.

Sant’Agostino diceva: “solo di fronte alla morte, l’uomo nasce a se stesso”.

Sono parole forti ma ricche di significato, per chi le vuole cogliere.

Se esiste dunque un contributo positivo della morte, questo è senz’altro la sua capacità di svegliarci da quello stato di oblìo dell’essere in cui ci si immerge nelle distrazioni quotidiane, per portarci in una modalità in cui siamo consci di esistere e quindi potenzialmente in grado di cambiare noi stessi.

Il concetto di morte come catalizzatore di cambiamento non è facilmente accettato.

Sono certa che a molti lettori, questa visione paradossale del fine vita, creerà un certo subbuglio emotivo.

Non c’è nulla di male in questo.

Proteggersi dalla morte, anche dal suo pensiero, è un modo di salvaguardare la nostra serenità.

Esistono tuttavia molte altre persone a cui questa possibilità di incontro può cambiare la vita.

La negazione della morte, a qualunque livello, è una negazione della nostra natura di base e non fa altro che generare una restrizione della consapevolezza e, di conseguenza, dell’esistenza.

Mai come ora questo confronto, per quanto filtrato o a distanza, ci riguarda tutti.

Mai come ora abbiamo la possibilità di scegliere cosa farcene di questa convivenza forzata con le nostre più temibili angosce.

Nessuno di noi sa come finirà questa situazione.

Non dico questo con la volontà di negare dei dati oggettivi o di banalizzare le statistiche.

Dico questo per farti riflettere su ciò che hai concretamente a disposizione: il tuo presente!

E se questo presente, per avere valore, deve contenere un seme per il futuro, allora prendi almeno in considerazione la possibilità di innaffiarlo con la saggezza che il confronto con la morte ti sta offrendo.

 

La morte è la condizione che rende possibile vivere la vita in maniera autentica” (K. Jasper, 1971).

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