Obesità e identità: quando il disagio prende il sopravvento

Lo abbiamo detto molte volte: convivere con una condizione di sovrappeso o obesità, implica un importante lavoro di accettazione che non sempre, e non per tutti, risulta semplice.

A volte l’obesità va a braccetto con un’immagine corporea negativa; altre, invece, il grasso corporeo non incide in alcun modo sulla propria percezione di sé. Ci sono però poi anche dei casi “intermedi” in cui la persona vive sinceri momenti di auto-accettazione in alternanza a momenti in cui, quello del peso, diventa un tallone d’Achille che non permette di vivere bene il rapporto con il proprio corpo.

La persona che si riconosce in quest’ultima categoria può essere confusa rispetto alle proprie percezioni e si ritrova anche, talvolta, a modificare il proprio comportamento in risposta al maggiore o minore disagio percepito (indossa vestiti più o meno “coprenti”, apporta modifiche all’alimentazione, decide di incrementare il livello di attività fisica, ecc.).

Come mai ciò avviene?

Approfondire questo fenomeno di altalenanza nei confronti del proprio modo di percepirsi spesso è sufficiente a ridurre le preoccupazioni di coloro i quali vivono questi alti e bassi come sintomo di un problema psicologico preoccupante o come indizio del fatto che dovrebbero modificare le proprie abitudini alimentari per placare il malessere.

In realtà, per comprendere quest’apparente incoerenza di giudizio personale, è bastevole introdurre il concetto di SÉ OPERATIVO (Markus e Nurius, 1986), un concetto che riguarda il tema dell’identità individuale e le sue molteplici sfaccettature.

Quando parliamo di identità, a livello mentale facciamo riferimento a una serie di informazioni contenute in memoria che riguardano il modo in cui ci rappresentiamo noi stessi in diverse circostanze e ambiti di esistenza. Queste informazioni sono davvero numerose ed è evidente che non tutti gli elementi che vengono depositati nel magazzino della memoria possano essere costantemente e simultaneamente presenti alla consapevolezza della persona. Alcune di queste possono, in particolari circostanze, diventare accessibili ed emergere come tratti autodescrittivi o come fattori regolatori del comportamento. Per spiegare in che modo queste costellazioni di rappresentazioni di sé diventano presenti alla consapevolezza del soggetto in un dato momento, le autrici Markus e Nurius (1986) hanno coniato la terminologia “sé operativo” (working self-concept).

Secondo le stesse, l’attivazione di una determinata costellazione dipende da 3 fattori:

  1. Disponibilità dei concetti di sé già presenti in memoria;
  2. Caratteristiche della situazione sociale ovvero le richieste e le aspettative del contesto in cui ci troviamo;
  3. Stato motivazionale in cui si trova il soggetto (ad esempio se sta compiendo una determinata azione al fine di migliorare un certo aspetto di sé o altro).

In sostanza, grazie alla nozione di sé operativo, le autrici hanno sostenuto l’ipotesi di un concetto di sé fluido che tende a fluttuare (ed ecco qui spiegata l’alternanza) in funzione degli aspetti resi attivi dalla situazione sociale. In sostanza, i comportamenti che una persona mette in atto in una particolare situazione sono guidati e regolati dalla costellazione di rappresentazioni di sé attivata in quel momento, da quel contesto. Ma non solo…”il sé operativo rappresenta non soltanto il presupposto a partire dal quale le azioni individuali vengono messe in atto, ma anche la base per l’osservazione, il giudizio e la valutazione di queste azioni” (Markus, Wurf, 1987). In questo senso i comportamenti che le persone attuano (così come i loro pensieri ed emozioni) risultano influenzati e modellati dalle concezioni che esse elaborano a proposito di se stesse. Vediamo di chiarire il concetto con un esempio:

Marta è una donna in condizioni di sovrappeso che ha imparato con l’aiuto della sua terapeuta di fiducia ad accettare e valorizzare il proprio aspetto fisico. Prima di cominciare il suo percorso di cambiamento, Marta era solita evitare di frequentare molti luoghi pubblici per paura di essere giudicata per la sua fisicità. Oggi Marta si sente complessivamente bene nel suo corpo ed apprezza la propria immagine allo specchio. Ha ripreso anche a frequentare la maggior parte dei posti che prima evitava ma quando le sue amiche la invitano ad andare in piscina con loro, Marta si sente pervadere da un senso di vergogna e paura e, ogni volta, trova una scusa per declinare l’invito. L’ultima volta che è stata in piscina con loro, Marta si è sentita “fuori luogo” e le sono tornate alla mente delle vecchie frasi che si ripeteva quando ancora non si piaceva: “in costume sei ripugnante”, “la piscina non è per le persone grasse”, ecc.

L’esempio (ispirato a una storia vera), ci fa capire come sia possibile che anche chi ha raggiunto un buon livello di accettazione, possa trovarsi a vivere momenti di difficoltà in quelle situazioni che attivano costellazioni di rappresentazioni di sé di tipo negativo.

In una circostanza come quella riportata nell’esempio di Marta, le informazioni che la persona ha depositato in memoria rispetto a quella particolare situazione, riemergono rendendo salienti quelle parti di sé (con i relativi vissuti emotivi ad esse associati), che il soggetto vive come problematiche.

Sarà allora il lavoro sulle fonti di conoscenza del sé, portato avanti grazie ai colloqui col proprio terapeuta, a fornire la chiave per la risoluzione del disagio derivante dal confronto parti di sé considerate negative.

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