L’educazione alimentare dei nostri figli: 4 errori che (quasi) tutti facciamo

Chi mi segue sa che i miei articoli trattano pressoché esclusivamente di comportamento alimentare negli individui adulti. Anche se alcune indicazioni potrebbero riguardare in effetti sia l’età evolutiva che i soggetti adulti, si tratta in realtà di due categorie molto differenti tra loro e con bisogni assolutamente specifici. Nell’ambito stesso dell’età evolutiva più generale, poi, è corretto operare ulteriori suddivisioni in quanto, evidentemente, le peculiarità di una fascia d’età come la 0-3, sono certamente diverse da quelle tipiche degli 8-14 anni e così via.

Tuttavia, quelli di cui parleremo oggi, sono “errori” piuttosto comuni che sarebbe bene evitare nel momento in cui ci troviamo a dover affrontare il difficile compito di educare nostro figlio a delle sane abitudini legate al comportamento alimentare. Possiamo quindi considerare quanto segue, valido a partire dal momento in cui il bambino muoverà i suoi primi passi verso l’autonomia a tavola. Dal momento in cui avviene lo svezzamento, in avanti, infatti, prendere un abbaglio è estremamente facile. Spesso ci si preoccupa che il bambino non mangi a sufficienza o che non mangi le cose “giuste” e allora si escogitano stratagemmi, si fanno ricatti, si barattano bocconi con giocattoli, conferendo al cibo significati dissociati dalla sua funzione primaria: nutrirci.

Vediamo allora quali sono questi fatidici 4 “errori” che (quasi) tutti noi genitori abbiamo commesso almeno una volta nell’intento, più che comprensibile, di educare al meglio i nostri bambini a tavola.

  1. Usare il cibo come strumento di consolazione. Spesso lo facciamo anche con noi stessi: ricorriamo al cibo, specialmente a quello particolarmente dolce o spiccatamente salato, quando siamo in balìa di un’emozione negativa. Alcuni alimenti sembrano infatti avere il magico potere di consolarci, di coccolarci, di tirarci sù. Conoscendo questo benefico effetto a breve termine che il cibo può avere sull’umore, può capitare di offrire anche ai nostri figli (ripeto, in assoluta buona fede), qualcosa di dolce quando li vediamo piangere o, magari, per distrarlo quando è in collera o in preda a un capriccio. Ebbene se vogliamo che nostro figlio impari sin da subito a differenziare i segnali di fame e sazietà da quelli a valenza emotiva, dobbiamo saper offrire cibo soltanto nel primo caso e vicinanza e conforto, nel secondo. Ogni emozione, va da sé, merita una risposta specifica, ma questa non deve essere mai la proposta di un alimento.
  2. Insegnare al bambino che il pasto finisce quando il piatto è vuoto. Questo è forse uno degli errori più comuni che mi capita di riscontrare. Molti adulti sono i primi a regolarsi in questa maniera: il pasto termina solo se il piatto è completamente vuoto. Anche se l’educazione dei nostri genitori, e magari anche il senso comune, ci hanno insegnato che è maleducazione avanzare qualcosa, in realtà non c’è abitudine peggiore per fuorviare la nostra naturale capacità di percepire il livello di sazietà. Forzare il nostro appetito a regolarsi in base a quanto cibo abbiamo nel piatto, potrebbe farci mangiare molto più di quanto avremmo realmente bisogno. Lo stesso discorso, naturalmente, vale anche per i bambini. Non ha nessuna importanza se siete cuoche perfette che pesano ogni alimento al fine di preparare ricette esattamente calibrate in funzione dell’età del vostro bambino; ogni bambino ha le sue esigenze e tutti i bambini (a meno che non vi siano problemi organici, naturalmente) sono perfettamente capaci di capire quando sono pieni (sempre se non abbiamo influenzato questa capacità forzandoli ad ogni pasto a svuotare tutto il piatto).
  3. Limitare l’accesso a cibi appetitosi. Anche questo, purtroppo, è un tasto dolente per molte famiglie. Spesso si crede che, eliminando dalla vista, o addirittura da casa, alcuni cibi troppo calorici o appetitosi, si eviterà che il figlio ne abusi. In realtà, le ricerche mostrano come un maggiore controllo genitoriale sulla nutrizione del bambino, riduca le possibilità del figlio di esercitare e sviluppare un auto-controllo sull’alimentazione. Se è vero, quindi, che noi adulti potremmo beneficiare di un certo controllo sugli stimoli alimentari presenti nel nostro ambiente di vita, esercitare lo stesso controllo sul bambino non aiuta, nello stesso, la formazione di una sufficiente capacità di auto-regolazione. Non solo; la restrizione adottata nei confronti di alcuni alimenti può accrescere le preferenze del bambino proprio verso quegli alimenti, aumentandone l’assunzione. Esiste poi anche una conseguenza spiacevole legata all’abitudine di vietare alcuni cibi: il bambino che, appena è possibile, consuma questi alimenti considerati “proibiti”, vive un profondo senso di colpa che può arrivare a minare la sua autostima facendolo sentire “cattivo” agli occhi dei genitori.
  4. Usare il cibo per rinforzare comportamenti desiderati. Quest’ultimo errore viene spesso commesso in maniera non del tutto consapevole da parte dei genitori. Si tratta di quelle occasioni in cui, anche senza rendersene conto, si premia un bambino utilizzando del cibo, magari proprio quello che preferisce oppure un alimento solitamente vietato in altre occasioni. In queste circostanze, il bambino fa qualcosa che noi giudichiamo favorevolmente e, per fargli capire il nostro apprezzamento, lo lodiamo offrendogli da mangiare. Al di là del tipo di alimento offerto (più o meno “sano”), si tratta di una strategia sbagliata perché, ancora una volta, confonde il bisogno di riconoscimento da parte del bambino con il bisogno di alimentarsi (bisogno fisiologico).

Queste sono, in definitiva, gli strafalcioni nei quali più frequentemente incappiamo nel difficile ma appagante percorso che ci vede coinvolti nel ruolo genitori. Nessuno di questi errori è irrimediabile perciò, se vi siete accorti di averne spesso commesso uno, o alcuni, fate un respiro profondo e…ripartite!

L’unico vero errore è quello da cui non impariamo nulla.
(John Powell)

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