La neofobia dei bambini: che cos’è e quali sono i fattori implicati – Prima parte

Arriva un periodo in cui, per quasi tutti i bambini e, di conseguenza, per quasi tutte le mamme, si affronta una dura lotta con il cibo. Questo arco di tempo, molto variabile da un individuo a un altro, si situa solitamente fra i 18 mesi ed i 6 anni ed è descritto in letteratura con il termine “neofobia”. Dovey (Dovey et al., 2008) definisce questa condizione come riluttanza a mangiare o evitamento di nuovi alimenti  da parte del bambino. In realtà, nonostante i numerosi problemi che possono essere associati all’emergere di questa “fobia”, si tratta di una strategia adattiva selezionata dall’evoluzione per permettere agli individui di evitare di assumere alimenti potenzialmente tossici e quindi pericolosi per la salute e per la sopravvivenza (Milton, 1993). Diversa è invece la condizione descritta come “schizzinosità” (Birch et al., 1991) in cui compare un rifiuto verso un gran numero di alimenti che sono già familiari al bambino e che può includere il consumo di una quantità di cibo insufficiente od il rifiuto di alcune consistenze alimentari (Smith et al., 2005). A differenza della neofobia quindi, la schizzinosità non si verifica solo prima della fase di assaggio ma può persistere anche dopo quest’ultima.  In entrambi i casi, comunque, il bambino sembra restringere il campo delle sue preferenze inducendo spesso il genitore a proporre i piatti preferiti con maggiore frequenza pur di vedere ben nutrito il proprio figlio; si tratta in realtà di una strategia tutt’altro che efficace sia poiché, a lungo andare, il bambino tenderà ad apprezzare sempre meno queste pietanze, sia perché, così facendo, si potrebbe confermare l’idea del bambino che certi cibi siano effettivamente “cattivi”, “disgustosi” e da evitare.

In questa prima parte del nostro approfondimento sull’argomento, analizzeremo due dei fattori cognitivi coinvolti nell’emergere di questa condizione: la percezione e la categorizzazione dei cibi. Nella seconda parte, invece, ci occuperemo del ruolo delle emozioni, della personalità e dei fattori sociali ed ambientali implicati nello sviluppo della neofobia. Ma veniamo subito a comprendere meglio gli aspetti strettamente connessi alla cognizione del bambino.

  •  PERCEZIONE

Il rifiuto alimentare si sviluppa principalmente a seguito della percezione visiva dell’alimento. La visione, per i bambini, è più importante rispetto al tatto (più rilevante per noi adulti) al fine di decidere se un cibo potrebbe soddisfare o meno il loro palato. Anche il colore, alla stessa stregua, riveste una grande importanza: le verdure verdi sono più facilmente respinte rispetto a quelle arancioni (Genish & Mennella, 2001). In quest’ottica il consumo può essere promosso attraverso una presentazione visivamente accattivante (Jansen, Mulkens & Jansen, 2010).

I bambini di 9-12 anni preferiscono mangiare verdure tagliate geometricamente e questo, secondo la letteratura, è in accordo col fatto che per i piccoli è fondamentale poter identificare nel piatto i prodotti alimentari proposti; per questo motivo i bambini schizzinosi consumano con minor probabilità piatti in cui i cibi sono stati mescolati e nei quali, quindi, è più difficile riconoscere gli ingredienti. Da questo punto di vista, secondo le ricerche, la rapida introduzione di cibi solidi nella dieta, favorisce una maggiore accettazione degli stessi da parte del bambino. Ricordate però: possono essere necessarie fino a 15 esperienze positive di esposizione ad un dato alimento prima che il bambino lo accetti con successo (Birch et al., 1987; Wordle et al., 2005). Il numero di esposizioni necessario per raggiungere la completa accettazione rimane comunque dipendente dall’età del bambino: durante il primo anno di vita può bastare anche una singola esposizione positiva mentre, andando avanti con l’età invece sono necessari più tentativi.

  • CATEGORIZZAZIONE

La letteratura scientifica ci dice che esiste la possibilità che i rifiuti alimentari siano associati a un deficit nel riconoscimento dei cibi. Le caratteristiche di sviluppo del sistema di categorizzazione possono spiegare infatti alcuni rifiuti alimentari. Prima dei 2 anni i bambini mostrano una capacità molto limitata di differenziare i prodotti; di conseguenza essi conoscono il cibo attraverso l’osservazione dei comportamenti, delle azioni e delle emozioni degli altri piuttosto che attraverso una valutazione ed una classificazione basate sulle proprie proprietà percettive. Un cambiamento rapido si verifica però tra i 2 ed i 3 anni quando i bambini cominciano a categorizzare. I piccoli tendono ad utilizzare le informazioni sul colore  piuttosto che sulla forma per classificare gli alimenti nuovi. Secondo Dovey (2008) i bambini possiederebbero addirittura degli schemi di come un cibo accettabile dovrebbe presentarsi e, in base a quanto i nuovi cibi introdotti assomigliano a questo schema, essi propenderanno per un’accettazione o per un rifiuto.

Insomma fin da ora risulta chiaro come alcuni comportamenti di opposizione da parte dei bambini nei confronti di alcuni cibi siano strettamente connessi alla peculiare strutturazione cognitiva delle diverse età. Quella che i genitori spesso interpretano come una sfida attuata nei loro confronti non è altro che il frutto della particolare dotazione di pensiero del bambino che si sforza di comprendere cosa può fargli bene e cosa non deve essere mangiato, cosa potrebbe piacergli e cosa potrebbe provocare il lui disgusto. Per quanto riguarda i processi cognitivi analizzati finora, quindi, possiamo suggerire alle mamme diverse strategie:

  • curare l’aspetto visivo della presentazione dei nuovi alimenti;
  • non presentare al bambino cibi mescolati al fine di favorirne il riconoscimento;
  • preferire un taglio geometrico degli ingredienti;
  • esporre il bambino a più esperienze positive dello stesso alimento (fino a 15 volte) per favorire l’accettazione dello stesso nella sua dieta;
  • evitare di preparare con troppa frequenza i piatti preferiti dal bambino per evitare l’effetto “monotonia” (avere accesso a un minor numero di alimenti produce una minore valutazione di gradimento degli alimenti nuovi).

 

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