L’arte di mangiar bene: 10 consigli zen del monaco Seigaku

Il buddhismo giapponese che viene comunemente indicato col termine Zen, ha sempre esercitato un certo fascino per la nostra coltura occidentale, così apparentemente lontana e diversa. I motivi di questo interesse possono essere diversi per ciascuno di noi ma, certamente, l’attrazione per un modo di vivere semplice, scandito, a stretto contatto con la natura e profondamente in armonia con gli altri esseri viventi, tutti, è una delle ragioni principali. I monaci, poi, grazie alla loro propensione a tramandare di generazione in generazione le usanze ed i riti appresi nei monasteri, hanno fatto arrivare fino a noi preziose cerimonie che molto hanno da insegnarci rispetto al nostro modo di vedere il mondo, gli oggetti che ci circondano e le creature che lo abitano. Anche per quanto riguarda l’alimentazione, anzi, direi soprattutto per quanto concerne questo ambito, gli unsui (monaci novizi), ci offrono una possibilità di crescita, suggerendoci, attraverso il racconto di come si svolge un pasto qualunque al monastero, una maniera opportuna per apprezzare ciò che si mangia.

In questo articolo, dunque, parleremo di 10 consigli zen che possiamo portare senza fatica nei nostri pasti, tratti dagli insegnamenti del monaco Seigaku, autore del libro “Lo zen e l’arte di mangiar bene”. Buona lettura.

  1. Prendersi cura delle proprie stoviglie. All’Eiheij, monastero della prefettura di Fukui fondato nel lontano 1246, ogni monaco possiede alcune ciotole e stoviglie, perfettamente avvolte in un piccolo fagotto del quale dovrà curarsi ogni giorno, in occasione di ogni pasto. La dotazione è la stessa per tutti e ognuno deve avere cura del proprio “kit” secondo precise regole che ne consentono una manutenzione adeguata rendendo gli strumenti eterni. Cosa possiamo imparare?  anche se in una tradizionale famiglia occidentale, non è usanza avere a disposizione un proprio kit di piatti e posate, imparare a prendersi cura degli strumenti che utilizziamo per servire il cibo a noi stessi ed agli altri, ci aiuta a prendere coscienza dell’importanza che anche oggetti semplici come questi rivestono nella nostra quotidianità. Anche questi strumenti fanno parte del rituale del mangiare e, per esempio, scegliere di adottare un particolare piatto, diverso per ogni componente della famiglia, può ricordare le diverse esigenze che ognuno di noi ha e che dovrebbero essere rispettare.
  2. Pulire il posto in cui si mangia. Al monastero non si pulisce ciò che è sporco ma si pulisce in quanto è importante l’atto stesso di pulire. Si pulisce prima di mangiare e si pulisce una volta finito di consumare il pasto; indipendentemente dalla presenza dello sporco. Si tratta di un gesto di cura verso di noi e verso coloro che siederanno nel nostro stesso posto ma anche un gesto di semplice rispetto per le cose che abbiamo a disposizione. Cosa possiamo imparare? presi dalla frenesia di giornate lavorative o piene di impegni che ci tolgono tempo, siamo spesso tentati di rinunciare a tutte quelle azioni che ci appaiono superflue. La maggior parte di noi, ammettiamolo, pulisce il tavolo solo quando lo vede sporco. Rinfrescare il luogo in cui mangiamo, invece, è un gesto importante quando decidiamo di prenderci cura di noi e di imparare a mangiare in modo più attento e salutare. Introdurre questa abitudine fra le nostre routine, aiuta a nutrirci in un modo particolare, dall’interno.
  3. Si prende solo ciò che si riesce a mangiare. Per i monaci è assolutamente normale farsi servire solo ciò che riusciranno effettivamente a mangiare. Non potendo avanzare nulla di quanto gli viene offerto, essi hanno imparato a regolare in modo attento la propria capacità di comprendere di quanto cibo necessitano. Cosa possiamo imparare? quando pranziamo a casa, ma ancor di più quando consumiamo i nostri pasti ad un buffet, ad un self-service o ad un ristorante, evitiamo di prendere grosse porzioni solo per avvantaggiare il portafoglio o per paura che di non mangiare abbastanza. Impariamo a capire quali sono le porzioni giuste per noi ed a variarle in base alle nostre esigenze giornaliere e di salute.
  4. Mangiare seduti correttamente. Il monaco Seigaku insegna: “sappiate che se si consuma il cibo seduti correttamente, ci si sente pieni e non si arriva mai a mangiarne troppo. La postura assunta quando ci si nutre influenza tutti gli aspetti della vita, perciò cogliete l’occasione dei pasti per conoscere le vostre abitudini”. Cosa possiamo imparare?  che postura assumiamo quando mangiamo? innanzitutto, stiamo sempre seduti o ci capita spesso di trangugiare del cibo in piedi? stiamo curvi sul tavolo e coi gomiti appoggiati sul piano o rimaniamo ben diritti durante tutto il pasto? forse, cominciare proprio dall’osservazione di questo aspetto, può farci notare il nostro reale atteggiamento nei confronti del cibo. Guardando, si impara.
  5. Quando si mangia, non si fa rumore. Seigaku lo ammette: questa regola potrebbe sembrare particolarmente rigida, soprattutto per noi occidentali abituati a concepire il momento del pasto come un’occasione per discutere e confrontarsi coi propri familiari. Tuttavia, l’unsui assicura anche che, grazie al silenzio, si può mantenere una maggiore consapevolezza e diventare un tutt’uno col cibo. Gli altri suoni risaltano e ci si preoccupa maggiormente di chi ci sta intorno. Cosa possiamo imparare?  anche se la cena, o il pranzo, rappresentano per noi l’unico momento della giornata in cui poter parlare coi nostri cari, cerchiamo di rispettare il bisogno di silenzio quando se ne presenta l’opportunità. Stare in silenzio non significa ignorare l’altro né evitare la comunicazione che, come ben saprete, ha molti altri mezzi per poter essere espressa.
  6. Mangiare con gesti eleganti. Al monastero si indica con l’espressione “mangiare con le dita pure”. Si fa riferimento, in questo modo, alla regola di usare durante il pasto, nei limiti del possibile, solo il pollice, l’indice e il medio per maneggiare ciotole e utensili. In questa maniera i gesti appaiono delicati e semplici e conferiscono eleganza all’intero atto di consumare il pasto. Cosa possiamo imparare? come suggerisce lo stesso monaco Seigaku: “l’importante non è cosa si mangia, ma come si mangia”. Oltre alla postura, anche i movimenti che compiamo quando mangiamo possono conferire più o meno importanza a questo momento. Potremmo essere goffi, maldestri e gestire le pietanze con distacco o rimanere ben eretti sulla sedia, dare una cadenza regolare ai gesti compiuti per portare il cibo alla bocca e apparire dignitosi ed eleganti ad un occhio che ci osserva, nonché al nostro.
  7. Si rispettano i ritmi degli altri. Quando arriva il momento del pranzo, al monastero, più di cento monaci si riuniscono ordinatamente nella sala di meditazione. Il pasto, per tutti, inizia e termina nello stesso momento. Cosa significa? significa che tutti si impegnano per adeguare il proprio ritmo a quello degli altri: chi è frettoloso, rallenta e chi è lento, cerca di fare bocconi più rapidi per essere al passo con gli altri. Cosa possiamo imparare?  spesso, nelle famiglie moderne, si mangia assieme ma non insieme. Ci si siede allo stesso tavolo ma ognuno mangia al suo ritmo, senza la minima considerazione di quello che fanno gli altri. E’ così che c’è chi si alza prima perché ha di meglio da fare e chi rimane a tavola da solo per poter gustare il pasto fino all’ultimo boccone. Mangiare con gli altri, invece, dovrebbe essere la priorità. La condivisione è il vero senso del mangiare in compagnia.
  8. Non si mangia di nascosto. All’Eiheij, così come in altri monasteri, nessuno si sognerebbe mai di mangiare del cibo di nascosto. Nessuno segue i suoi capricci senza chiedere il permesso, spiega Seigaku. Cosa possiamo imparare?  quante volte abbiamo afferrato qualcosa dalla dispensa senza dividerlo con gli altri, tanto per mettere qualcosa fra i denti? quante volte abbiamo ci siamo chiusi in camera o in auto o in cucina, da soli, per smangiucchiare senza freni uno spuntino? In un monastero questi episodi incontrollati di alimentazione non esistono affatto. Se regolarizziamo i nostri pasti, li viviamo con consapevolezza e seguiamo i consigli di chi si alimenta con successo da centinaia di anni, anche noi potremmo scoprire di non avere più bisogno del cibo come conforto.
  9. Nessun ingrediente è da discriminare. Quando gli addetti si occupano della preparazione dei pasti per gli altri monaci, nessun ingrediente viene discriminato. Nulla viene gettato ed ogni alimento viene utilizzato in tutte le sue parti senza che vi sia scarto alcuno. Cosa possiamo imparare?  ridurre gli sprechi non è soltanto un dovere nei confronti del benessere ambientale, è ancor prima un modo non giudicante di approcciarsi al cibo. Se siamo sovrappeso, d’altra parte, significa che preferiamo determinati cibi a discapito di altri. Adottare una prospettiva aperta e acritica nei confronti di ciò che si mangia, può aprirci la strada verso nuovi sapori e renderci meno schiavi nei confronti di alimenti poco salutari.
  10. Le parole del monaco Seigaku sul quale riflettere: Un buon sapore non è una cosa che ha un’esperienza separate da me; anzi, ho percepito la bontà del cibo proprio nell’attimo in cui io e lui ci siamo incontrati a metà strada”. Se ci pensate bene, il sapore di ogni ingrediente, è strettamente legato alla nostra percezione di quell’ingrediente. Questo è lo stesso motivo per il quale certe pietanze ci appaiono buonissime in certe giornate e pessime in altre. Capire la nostra relazione col cibo può darci l’opportunità di conoscere noi stessi in un modo molto più profondo di quel che pensiamo.

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