Quando essere visti non è sicuro: corpo, vergogna e confini

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Ci sono persone che non si sentono semplicemente a disagio nel proprio corpo.

Si sentono esposte.

Esposte quando vengono guardate.
Esposte quando indossano determinati vestiti.
Esposte quando il corpo è più visibile.
Esposte persino quando sono sole.

È una differenza sottile, ma importante.

Perché l’insicurezza corporea può riguardare il modo in cui giudichiamo il nostro aspetto. La sensazione di esposizione riguarda invece qualcosa di ancora più elementare: quanto ci sentiamo al sicuro quando il nostro corpo diventa accessibile allo sguardo, alla presenza o alla possibile intrusione dell’altro.

In questo caso entra in gioco il concetto di confine corporeo che diventa particolarmente interessante per saper leggere con maggiore raffinatezza i propri vissuti soggettivi.

Il corpo come confine

Il nostro corpo è il confine più immediato tra noi e il mondo.

La pelle delimita uno spazio che percepiamo come nostro ed è il luogo fisico a partire dal quale, da quando veniamo al mondo, conosciamo l’ambiente esterno e l’altro (attraverso le cure dei nostri genitori). Ma i confini non sono soltanto cutanei; esistono infatti anche altri confini:

  • confine fisico: il mio corpo, la mia pelle, la mia casa, il mio spazio personale;
  • confine relazionale: ciò che posso permettere agli altri di fare con me e ciò che non permetto;
  • confine psicologico: ciò che sento come «mio» e ciò che appartiene all’altro;
  • confine sessuale: chi può avere accesso al mio corpo, come e quando;
  • confine emotivo: quanto posso lasciarmi raggiungere dagli altri senza sentirmi invasa.

Una persona che ha sperimentato relazioni in cui questi confini sono stati violati può continuare a percepire, anche in condizioni oggettivamente sicure, una sorta di allerta rispetto alla possibilità dell’intrusione.

Ciò non implica che un confine sano significhi tenere tutti fuori.

Significa poter sentire:

«Io posso decidere chi entra, quanto entra e quando può entrare.»

Posso decidere quanto avvicinarmi.
Posso dire di no.
Posso mostrare una parte di me oppure proteggerla.
Posso sentirmi esposta senza essere realmente in pericolo.

Ma quando questa sensazione di controllo viene meno, il mondo può essere percepito in modo diverso.

Non è necessario che esista una minaccia concreta perché il corpo possa reagire come se ci fosse.

Quando l’intrusione non significa che qualcuno sta “entrando in casa”

In questo senso, il termine intrusione va inteso in maniera molto più ampia della semplice paura che qualcuno possa entrare fisicamente nel nostro spazio.

Può riguardare la sensazione che i propri confini non siano sufficientemente protetti.

Qualcuno può invadere uno spazio fisico, naturalmente. Ma può anche essere vissuto come invasivo uno sguardo, una richiesta, un giudizio, una vicinanza non desiderata, un contatto, un’attenzione che non siamo pronti a ricevere.

Una persona che ha sperimentato nel corso della propria storia relazioni imprevedibili, minacciose o caratterizzate da confini poco rispettati può sviluppare una particolare allerta rispetto alla possibilità dell’intrusione.

E questa allerta non necessariamente scompare quando la situazione diventa oggettivamente sicura.

È possibile, infatti, non riuscire completamente a dare per scontato che il proprio spazio sia inviolabile. Non tanto da un punto di vista cognitivo, ma innanzitutto corporeo, come vedremo fra poco.

Il paradosso della solitudine

Quanto detto aiuta a comprendere un fenomeno apparentemente paradossale.

Quando le relazioni, specialmente quelle più precoci, sono state fonte di esperienze negative, verrebbe spontaneo pensare che stare da soli dovrebbe far sentire meglio.

Eppure, non sempre è così.

Per alcune persone la presenza dell’altro può essere contemporaneamente fonte di vulnerabilità e di sicurezza. La vicinanza può essere temuta, ma la completa assenza dell’altro può lasciare una sensazione di esposizione, di vuoto o di allerta.

È possibile quindi cercare una presenza che non richieda necessariamente intimità.

La televisione sempre accesa.
Il telefono sempre a disposizione.
I messaggi continui.
Avere persone sempre intorno.
Un’agenda piena.
La necessità di avere sempre qualcosa da fare.

Questi comportamenti possono avere molte funzioni diverse, naturalmente. Ma in alcuni casi possono diventare una sorta di scudo.

Non eliminano necessariamente la minaccia percepita.

La schermano.

Creano una barriera tra la persona e quella sensazione interna che emerge quando lo spazio diventa troppo vuoto.

E il cibo?

È qui che il discorso diventa particolarmente interessante per chi ha un’alimentazione disfunzionale.

In alcune persone, infatti, anche il comportamento alimentare può svolgere una funzione regolativa simile.

Non significa che ogni episodio di abbuffata, ogni spuntino fuori pasto o ogni comportamento alimentare problematico sia una risposta alla solitudine, alla paura o a una difficoltà con i confini corporei.

Significa piuttosto che possiamo porci una domanda diversa.

Non soltanto:

«Perché sto mangiando?»

Ma:

«Che cosa cambia quando mangio?»

Perché il cibo non modifica soltanto il contenuto dello stomaco.

Introduce qualcosa dentro il corpo. Produce sensazioni. Occupa attenzione. Riempie uno spazio. Crea un’attività. Può accompagnare la solitudine. Può sedare o stimolare. Può interrompere una sensazione interna difficile da tollerare.

In alcune persone, dunque, il cibo potrebbe diventare una sorta di scudo interno.

Non soltanto qualcosa che simbolicamente «riempie un vuoto», ma qualcosa che modifica concretamente lo stato corporeo.

E allora una domanda clinicamente interessante potrebbe diventare:

«Se in quel momento non mangiassi, che cosa sentirei?»

Non per arrivare necessariamente a una risposta immediata.

Ma per iniziare a osservare la funzione del comportamento.

Essere visti può essere una minaccia

C’è poi un altro aspetto ancora più sottile: lo sguardo.

Nella prospettiva del lavoro corporeo, viene descritto come possibile il fatto che il semplice essere esposti e visti possa attivare una percezione di minaccia prima ancora che siano presenti pensieri consapevoli di tipo cognitivo.

È una distinzione fondamentale.

Non necessariamente c’è bisogno di credere: “Quella persona mi sta giudicando”. Bensì qualcosa di molto più primitivo, come:

«Essere vista non è sicuro.»

E solo successivamente possono comparire i pensieri:

Mi starà guardando.
Avrà notato il mio corpo.
Chissà cosa pensa.
Avranno visto che sono ingrassata.
Staranno parlando di me.

La sequenza può quindi essere:

essere vista → sentirsi esposta → il corpo rileva una possibile minaccia → compare vergogna → compare il bisogno di proteggersi.

E questo può accadere prima ancora che la persona abbia formulato consapevolmente un pensiero.

Quando lo sguardo dell’altro diventa una presenza interna

Se nel corso della propria storia essere visti è stato frequentemente associato a critica, derisione, umiliazione, svalutazione, controllo o invasione, è possibile interiorizzare un’aspettativa:

«Essere visto significa essere esposto alla possibilità di essere ferito.»

A quel punto non è necessario che l’altra persona stia davvero giudicando.

Può essere sufficiente la possibilità dello sguardo.

Per questo motivo la vergogna non è semplicemente un sentimento che si può mandare via “ragionando” sulla scarsa probabilità che un cattivo commento accada o che un giudizio negativo venga espresso.

Una persona può anche sapere perfettamente che gli altri probabilmente non stanno osservando il suo corpo.

Può pensare:

Non stanno guardando me.
Non interessa a nessuno come sono vestita.
Gli altri si stanno facendo gli affari loro.

E contemporaneamente il corpo può continuare a dare segnali come se il messaggio fosse:

«Sono esposta. Devo proteggermi.»

Non c’è necessariamente una contraddizione.

Stanno funzionando due livelli diversi: quello della valutazione consapevole e quello della risposta di sicurezza.

Il corpo come indicatore di sicurezza e minaccia

È proprio per questo che il corpo può diventare una fonte preziosa di informazioni.

Quando ci sentiamo minacciati possiamo irrigidirci, trattenere il respiro, abbassare lo sguardo, chiudere le spalle, contrarre le gambe, cercare di occupare meno spazio.

Queste reazioni non sono necessariamente prove che esista una minaccia.

Sono segnali di attivazione.

Imparare a riconoscerli permette progressivamente di passare da:

«Mi sento minacciata, quindi sono in pericolo»

a:

«Mi sento minacciata. Vediamo che cosa sta facendo il mio corpo. Posso riconoscere l’allarme senza necessariamente considerarlo una prova che esista una minaccia.»

È una forma di alfabetizzazione della risposta di sicurezza.

E può diventare particolarmente importante quando la vergogna riguarda proprio il corpo.

Il corpo osservato e il corpo abitato

Quando abbiamo paura dello sguardo dell’altro, il nostro corpo può smettere di essere semplicemente il luogo nel quale viviamo.

Diventa qualcosa che osserviamo da fuori.

Come appare?
Quanto occupa?
Come viene visto?
Che cosa comunica?
Che cosa penseranno gli altri?

Il corpo diventa così un oggetto sottoposto a valutazione.

E forse una parte del lavoro consiste proprio nel passare lentamente da un corpo osservato a un corpo abitato.

Non più soltanto:

Come appaio?

ma:

Come sto?

Non più soltanto:

Come mi vedono?

ma:

Mi sento al sicuro?

Non più soltanto:

Come posso modificare il mio corpo per essere meno esposta?

ma:

Che cosa posso fare perché il mio corpo torni a essere un luogo nel quale posso abitare?

Coprire, modificare, nascondere, riempire, controllare

Se il corpo viene vissuto come un confine permeabile, esposto, osservabile o potenzialmente invadibile, allora comportamenti apparentemente molto diversi possono avere una funzione comune.

Coprire.
Modificare.
Nascondere.
Riempire.
Controllare.

Non sono necessariamente la stessa cosa e non hanno necessariamente la stessa origine.

In alcune persone, possono rappresentare strategie differenti per ottenere qualcosa di molto simile:

sentirsi finalmente al sicuro dentro il proprio corpo.

Ed è qui che, forse, possiamo guardare alcuni comportamenti alimentari e alcune forme di insoddisfazione corporea con una domanda diversa.

Non soltanto:

«Come facciamo a eliminare questo comportamento?»

Ma anche:

«Da che cosa sta cercando di proteggermi?»

Perché un comportamento che appare incomprensibile, eccessivo o persino autodistruttivo può avere avuto, almeno in origine, una funzione precisa.

Può essere stato un modo per regolarsi.

E comprendere questa funzione non significa giustificare il comportamento né considerarlo necessariamente utile nel presente.

Significa riconoscere che, prima di chiedere a una persona di abbandonare una strategia di protezione, può essere necessario aiutarla a costruire un’esperienza alternativa di sicurezza.

Perché forse la domanda più profonda non è:

«Come faccio a smettere di proteggermi?»

Ma:

«Come posso imparare che oggi posso proteggermi anche senza dovermi nascondere dal mio stesso corpo?»

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