Lipedema, vergogna e immagine corporea

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Cosa può succedere quando per anni ti hanno detto che era solo questione di peso.

Il lipedema non riguarda soltanto ciò che accade al corpo. A volte riguarda anche tutto ciò che, negli anni, quel corpo ha imparato a significare.

“Dovresti dimagrire.”

“Devi mangiare meno.”

“Devi muoverti di più.”

“Se davvero lo volessi, riusciresti a perdere peso.”

Per alcune donne con lipedema, la storia con il proprio corpo è cominciata molto prima di ricevere un nome per ciò che stava accadendo.

È cominciata davanti a uno specchio, in un camerino in cui i pantaloni andavano bene in vita ma non sulle gambe, durante una visita medica, dopo l’ennesimo commento sul fisico, dopo una dieta che sembrava funzionare solo in parte o ascoltando qualcuno spiegare con grande sicurezza che il problema fosse semplicemente mangiare troppo.

A forza di sentirsi dire che il corpo avrebbe dovuto essere diverso, può accadere qualcosa di molto importante: il giudizio degli altri comincia lentamente a diventare il proprio.

Ed è qui che parlare soltanto di “accettazione del corpo” rischia di essere riduttivo.

Il lipedema non è una mancanza di volontà

Il lipedema è una condizione cronica caratterizzata da una distribuzione sproporzionata e spesso dolorosa del tessuto adiposo, che interessa quasi esclusivamente le donne e viene ancora frequentemente confusa con l’obesità.

Obesità e lipedema possono coesistere. Ma questo non significa che ogni caratteristica corporea associata al lipedema possa essere modificata semplicemente attraverso la perdita di peso. E, soprattutto, la perdita di peso non riguarda allo stesso modo le parti corporee colpite da lipedema, da quelle non colpite.

Sembra una distinzione ovvia.

Psicologicamente, invece, può cambiare moltissimo.

Perché una cosa è sapere che:

“Ho una condizione che modifica il mio corpo.”

Un’altra è crescere pensando:

“Il mio corpo è così perché io non sono abbastanza disciplinata.”

Nel secondo caso non si sta più giudicando soltanto una caratteristica fisica. Si sta giudicando se stesse, il proprio comportamento, il proprio impegno, il proprio valore personale e si finisce col darsi la responsabilità di una malattia.

Quando lo stigma arriva prima della diagnosi

Uno degli aspetti che la ricerca sul lipedema sta iniziando finalmente a studiare è proprio lo stigma.

Nel 2025 Falck e colleghi hanno confrontato 245 donne con lipedema con una popolazione femminile generale di pari età. Le donne con lipedema riportavano livelli significativamente maggiori di stigma legato alla propria condizione, associati a una peggiore qualità di vita. Al contrario, un maggiore sostegno sociale risultava associato a un migliore funzionamento emotivo e sociale.

Un altro studio, condotto da Clarke, Kirby e Best su 1.070 donne con lipedema diagnosticato o sospetto, ha osservato qualcosa di ancora più interessante.

Le esperienze di stigma legato al peso e l’interiorizzazione di quello stigma erano associate a maggiori sintomi depressivi anche tenendo conto di fattori come BMI, gravità dei sintomi del lipedema e mobilità. Inoltre, lo stigma interiorizzato spiegava in parte il rapporto tra stigma vissuto e depressione.

In parole molto più semplici:

sentirsi giudicate ripetutamente per il proprio corpo può lasciare una traccia anche quando il giudizio esterno non c’è più. E questo giudizio media il rapporto fra stigma e depressione (in presenza di lipedema).

All’inizio può essere qualcuno a dire:

“Sei troppo grassa.”

“Devi dimagrire.”

“Non ti impegni abbastanza.”

In questo caso parliamo di stigma vissuto, ossia quello che arriva dagli altri attraverso commenti, giudizi, atteggiamenti comportamentali.

Con il tempo, però, la voce può diventare interna:

“È colpa mia.”

“Non riesco mai a controllarmi.”

“Non dovrei farmi vedere così.”

“Prima devo dimagrire, poi potrò vestirmi come voglio.”

“Prima devo cambiare corpo, poi potrò vivere.”

Questo è lo stigma interiorizzato: non soltanto sapere che la società svaluta determinati corpi, ma iniziare ad applicare quella svalutazione a se stesse, al punto da non metterla più nemmeno in discussione.

La vergogna non riguarda semplicemente il non piacersi

La vergogna corporea è diversa dall’insoddisfazione per il proprio aspetto.

Posso guardarmi le gambe e pensare:

“Non mi piacciono.”

È spiacevole, ma riguarda una valutazione del corpo.

La vergogna dice qualcosa di più profondo:

“Non voglio che gli altri mi vedano così.”

E, ancora più in profondità:

“Se mi vedono così, potrebbero capire qualcosa di negativo su di me.”

Il corpo non viene più vissuto soltanto come “poco attraente”.

Diventa qualcosa da nascondere, controllare, correggere o giustificare.

Si evitano fotografie.

Si scelgono i vestiti soprattutto per coprire.

Si rinuncia al mare.

Ci si sente osservate entrando in una stanza.

Si può fare fatica a spogliarsi davanti al partner.

Oppure si continua a vivere normalmente, ma con una parte dell’attenzione costantemente occupata a controllare come appare il corpo visto dall’esterno.

La ricerca conferma che questa dimensione non è secondaria.

In uno studio su 329 donne con lipedema, Dudek e colleghi hanno osservato che il disagio legato all’aspetto e i sintomi depressivi contribuivano a spiegare la qualità di vita oltre ciò che era spiegato dalla gravità dei sintomi fisici e dalle limitazioni nella mobilità.

Questo significa che due donne con una condizione fisica apparentemente simile possono vivere il proprio corpo in maniera profondamente diversa. A parità di problemi fisici, una donna che vive molta sofferenza rispetto al proprio aspetto, ha più sintomi depressivi e tende ad avere una qualità di vita peggiore. In altre parole: una volta che il lipedema c’è, il modo in cui la persona vive il proprio aspetto e il proprio stato emotivo contribuisce in modo indipendente al suo benessere complessivo.

E quella differenza conta.

Cosa fare allora?

Quando si parla di immagine corporea, spesso viene proposta una soluzione apparentemente semplice:

“Devi imparare ad accettarti.”

Ma per una persona che ha trascorso anni combattendo contro il proprio corpo, questa frase può risultare quasi offensiva.

Accettare cosa?

Il dolore?

Il giudizio?

Le difficoltà quotidiane?

Il fatto di non trovare vestiti?

Il desiderio legittimo di curare la propria condizione?

Il lavoro psicologico sull’immagine corporea non dovrebbe chiedere a una persona di convincersi che le piace qualcosa che non le piace.

La ricerca sull’immagine corporea positiva distingue infatti l’avere un buon rapporto con il corpo dalla semplice assenza di insoddisfazione. Una persona può continuare ad avere caratteristiche fisiche che non ama particolarmente e contemporaneamente sviluppare rispetto, cura e apprezzamento per il proprio corpo.

L’obiettivo non deve quindi necessariamente diventare:

“Amo le mie gambe.”

Potrebbe essere qualcosa di molto più realistico:

“Le mie gambe non determinano il mio valore.”

Oppure:

“Posso prendermi cura del mio corpo senza passare il resto della vita a punirlo.”

O ancora:

“Posso desiderare che alcuni aspetti cambino senza rimandare la mia vita fino a quando saranno cambiati.”

Questo è molto diverso dalla rassegnazione.

Quando il rapporto con il cibo entra nella storia

Un altro tassello importante è poi quello dell’alimentazione.

Se per anni una caratteristica del proprio corpo viene interpretata come conseguenza dell’alimentazione, è comprensibile che anche il rapporto con il cibo possa complicarsi.

La persona può entrare in una sequenza che molte donne conoscono bene:

corpo che non cambia come desiderato → dieta più rigida → maggiore controllo → inevitabile difficoltà a mantenere il controllo → colpa → nuova restrizione.

Non significa che tutte le donne con lipedema sviluppino un disturbo alimentare.

Significa però che questo aspetto merita attenzione.

Uno studio esplorativo pubblicato nel 2026 su 47 donne con lipedema ha rilevato una frequenza elevata di indicatori di rischio per alimentazione disordinata; molte partecipanti mostravano un rapporto difficile con il cibo, con comportamenti e pensieri che facevano pensare a una possibile alimentazione disordinata. Non significa che tutte le donne con lipedema abbiano un disturbo alimentare, ma suggerisce che anni di diete, controllo del peso, frustrazione e stigma possono lasciare un segno anche sul modo di mangiare.

Esistono inoltre casi documentati nei quali la mancata identificazione del lipedema e la convinzione che la sproporzione corporea dipendesse semplicemente dal peso hanno contribuito a percorsi estremamente restrittivi.

Per questo una domanda clinicamente molto importante può essere:

quanto della tua alimentazione serve oggi a nutrirti e prenderti cura di te, e quanto serve a tentare continuamente di correggere un corpo che hai imparato a considerare sbagliato?

E poi c’è il dolore

Il dolore associato al lipedema è reale.

Questo va detto con molta chiarezza, soprattutto perché parlare degli aspetti psicologici del dolore può facilmente essere frainteso come:

“Il dolore è nella tua testa.”

Non è questo ciò che indica la ricerca.

Oggi sappiamo che l’esperienza del dolore è complessa e che fattori biologici, psicologici e sociali possono interagire nel determinarne intensità, persistenza e impatto sulla vita.

Uno studio del 2026, sebbene condotto su un piccolo campione di donne con lipedema, ha rilevato una maggiore sensibilità al dolore e segnali compatibili con una maggiore sensibilizzazione del sistema nervoso. Le partecipanti riportavano più ansia, sintomi depressivi e una maggiore tendenza a vivere il dolore con paura, pensieri ricorrenti e senso di impotenza. Questo non significa che il dolore venga “esagerato” o che sia di origine psicologica: indica piuttosto che, nel dolore persistente, ciò che accade nei tessuti, nel sistema nervoso e nella sfera emotiva può influenzarsi reciprocamente. Per questo gli autori suggeriscono una presa in carico che consideri sia gli aspetti fisici sia quelli psicologici e sociali.

Anche lo studio pilota di Erbacher e Bertsch su 150 pazienti ha evidenziato associazioni tra sofferenza psicologica e intensità del dolore percepito.

Nel materiale dello stesso studio vengono infatti indicati come clinicamente rilevanti l’autoaccettazione, l’accettazione del corpo, la gestione del dolore, lo stress e emozioni come ansia, rabbia e vergogna.

Le più recenti indicazioni internazionali descrivono il rapporto tra lipedema e fattori psicologici come complesso e bidirezionale: la sofferenza psicologica può essere conseguenza della condizione e delle sue limitazioni e, allo stesso tempo, può influenzare il modo in cui il dolore viene vissuto e affrontato.

Quindi: il dolore non è immaginato.

Ma una persona che vive dolore cronico, paura, stress, vergogna e continua vigilanza nei confronti del proprio corpo merita una presa in carico che non consideri soltanto i tessuti poiché la sua salute mentale incide in modo cospicuo sulla percezione stessa del dolore.

Il corpo può diventare un luogo da cui ci si allontana

Quando per anni il corpo è stato contemporaneamente fonte di dolore, oggetto di giudizio e progetto da modificare, può accadere qualcosa che osservo spesso nel lavoro sull’immagine corporea:

la persona smette lentamente di vivere nel proprio corpo e comincia soprattutto a guardarlo da fuori:

Come mi vedono?

Quanto sono grosse le gambe?

Si nota?

Mi stanno guardando?

Quel vestito mi farà sembrare più magra?

Nella fotografia sembro enorme?

La relazione con il corpo diventa prevalentemente visiva.

Ma noi non siamo soltanto corpi da guardare.

Il corpo è anche ciò attraverso cui sentiamo, tocchiamo, camminiamo, abbracciamo, proviamo piacere, ci riposiamo, lavoriamo e occupiamo uno spazio nel mondo.

Recuperare questa dimensione non significa negare i limiti imposti dal lipedema.

Significa non lasciare che l’aspetto del corpo diventi l’unico modo possibile di abitarlo.

Cosa può fare allora un percorso psicologico?

Non deve semplicisticamente insegnare alla donna con lipedema ad “accettare la malattia”.

E soprattutto non deve sostituirsi alla presa in carico medica, fisioterapica o nutrizionale (anche se, da questo punto di vista, il supporto psicologico migliora la compliance rispetto ai trattamenti conservativi prescritti).

Può occuparsi di un altro pezzo della storia.

Può aiutare a riconoscere quanto dello sguardo che oggi si rivolge al proprio corpo appartenga realmente a sé e quanto sia stato imparato attraverso anni di commenti, diete, confronti, stigma e, soprattutto, anni di un mancato nome alla propria condizione.

Può lavorare sulla vergogna.

Sul bisogno continuo di nascondersi.

Sulla paura dello sguardo degli altri.

Sull’alimentazione emotiva.

Sulla paura per il futuro con la malattia.

Sul rapporto con il dolore e sulla paura del dolore.

Sulla difficoltà nell’intimità.

Sulla possibilità di prendersi cura del proprio corpo senza trasformarlo continuamente in un progetto da correggere.

Nel documento di Erbacher e Bertsch viene sottolineata proprio l’importanza di integrare una componente psicosociale nel trattamento interdisciplinare del lipedema.

E le linee guida più recenti raccomandano di considerare gli aspetti psicosociali insieme a quelli medici nella valutazione del dolore e di prestare attenzione a condizioni come depressione, disturbi alimentari e sintomi post-traumatici quando presenti.

Il lavoro sull’immagine corporea

Il lavoro sull’immagine corporea non pretende che tu smetta di desiderare un cambiamento.

Non ti chiede di essere felice del dolore.

Non ti chiede di guardarti allo specchio e convincerti che ogni parte di te sia bellissima.

Ti permette invece di cominciare a separare due cose che forse per molto tempo sono rimaste confuse:

avere un corpo che presenta delle difficoltà

e

essere una persona sbagliata perché quel corpo esiste.

Sono due cose profondamente diverse.

Il punto non è arrivare ad amare ogni centimetro del proprio corpo.

Il punto è smettere di vivere in guerra con lui.

Perché, come amo trasmettere alle pazienti:

A volte non vuoi un corpo diverso.

Vuoi solo riuscire a sentirti di nuovo a casa nel tuo.”


Riferimenti scientifici

Ahısha BŞ, Kesiktaş N, Paker N, Ersoy S, Ahısha YC. Central Sensitization, Pain, and Psychosocial Factors in Individuals with Lipedema: A Cross-Sectional Study. Aesthetic Plastic Surgery, 2026.

Clarke C, Kirby JN, Best T. Beyond the physical: The interplay of experienced weight stigma, internalised weight bias and depression in lipoedema. Clinical Obesity, 2025;15(3).

Dudek JE, Białaszek W, Ostaszewski P, Smidt T. Depression and appearance-related distress in functioning with lipedema. Psychology, Health & Medicine, 2018;23(7):846–853.

Erbacher G, Bertsch T. Lipoedema and Pain: What is the role of the psyche? Results of a pilot study with 150 patients with Lipoedema. Phlebologie, 2020;49(5):305–316.

Falck J, Herbst K, Rolander B, et al. Health-related stigma, perceived social support, and their role in quality of life among women with lipedema. Health Care for Women International, 2025;46(11):1278–1296.

Seynhaeve B, Stoichkova V, Belgrado JP, et al. Lipedema: Exploring Relationship Between Physical and Psychological Symptoms in Affected Patients—A Mixed-Methods Study. Lymphatic Research and Biology, 2026;24(4):180–187.

Tylka TL, Wood-Barcalow NL. What is and what is not positive body image? Conceptual foundations and construct definition. Body Image, 2015;14:118–129.

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