
Cosa succede quando un farmaco cambia fame, peso e rapporto con il corpo?
La tirzepatide non è il primo farmaco utilizzato nel trattamento dell’obesità.
Eppure, nel giro di pochi anni, è diventata qualcosa di più di una terapia farmacologica: è entrata nelle conversazioni quotidiane, nei social network, nei racconti di personaggi pubblici e nell’immaginario collettivo legato al dimagrimento.
La sua efficacia ha certamente contribuito a questo successo.
E su questo è importante essere precisi: la tirzepatide non produce risultati soltanto leggermente superiori alla semaglutide.
Nel confronto diretto SURMOUNT-5, condotto su 751 adulti con obesità senza diabete, a 72 settimane la riduzione media del peso è stata del 20,2% con tirzepatide contro il 13,7% con semaglutide alle dosi massime tollerate previste per il trattamento dell’obesità.
Quindi esiste un vantaggio clinico reale.
Ma la farmacologia, da sola, probabilmente non racconta tutto ciò che sta accadendo.
Tra il 2017 e il 2024, prescrizioni e ricerche online relative ai nuovi farmaci per l’obesità sono aumentate parallelamente e hanno mostrato una forte correlazione. Inoltre, la ricerca più recente sta iniziando a studiare esplicitamente il ruolo di social media, influencer e personaggi pubblici nel modo in cui questi trattamenti vengono raccontati e percepiti. Non possiamo quindi affermare che i VIP abbiano “causato” il successo commerciale della tirzepatide, ma possiamo certamente dire che questi farmaci sono diventati anche oggetti culturali, oltre che terapeutici.
Ed è proprio per questo che può essere interessante parlare di una psicologia della tirzepatide.
Non per psicologizzare un trattamento medico.
Ma per osservare che cosa succede alla persona quando cambiano in modo importante alcuni elementi che per anni possono aver organizzato la sua esperienza quotidiana: la fame, il desiderio di cibo, il peso, lo sguardo sul proprio corpo e la paura di tornare indietro.
Quando improvvisamente il cibo occupa meno spazio
Uno degli effetti più interessanti descritti dalle persone che assumono farmaci incretinici riguarda ciò che viene comunemente chiamato food noise.
Non è una diagnosi né un costrutto ancora perfettamente definito dalla ricerca. Il termine viene utilizzato per descrivere pensieri ricorrenti e talvolta intrusivi relativi al cibo: cosa mangiare, quando mangiare, cosa si desidera, cosa bisognerebbe evitare.
Una ricerca sperimentale pubblicata su Nature Medicine nel 2025 ha mostrato che, già nelle prime settimane, tirzepatide può ridurre fame percepita, appetito, craving, tendenza a mangiare in risposta a stimoli interni ed esterni e reattività alla presenza del cibo.
E le esperienze soggettive sembrano andare nella stessa direzione.
Uno studio qualitativo pubblicato nel 2026 ha trovato, tra i temi più frequentemente riportati dalle persone trattate con farmaci GLP-1, proprio la diminuzione del food noise, della “fame psicologica” e della sensazione di essere continuamente richiamati dal cibo.
Per molte persone può essere un sollievo enorme.
Ma psicologicamente apre anche una domanda:
che cosa succede quando qualcosa che occupava così tanto spazio improvvisamente ne occupa molto meno?
Il cibo, infatti, non risponde sempre e soltanto alla fame fisiologica.
Può essere piacere, rituale, conforto, distrazione, regolazione emotiva, compagnia, risposta alla noia o alla tensione.
Questo non significa che ogni alimentazione emotiva sia patologica.
Significa semplicemente che ridurre la spinta a mangiare non equivale necessariamente a modificare tutto ciò che il mangiare rappresentava nella storia di una persona.
A volte il farmaco può creare proprio lo spazio necessario per vedere meglio queste dinamiche.
“Il giorno prima della puntura mi torna una fame fortissima”
È un racconto che si incontra frequentemente nelle esperienze condivise dai pazienti: avvicinandosi il giorno della nuova somministrazione, qualcuno riferisce di sentire nuovamente più fame o più interesse verso il cibo.
Anche qui bisogna distinguere osservazione clinica e dato scientifico.
La tirzepatide ha un’emivita media di circa cinque giorni, caratteristica che ne permette la somministrazione settimanale.
Non abbiamo però prove sufficienti per affermare che esista per tutti un preciso “effetto del sesto giorno” nel quale inevitabilmente ricompare la fame.
Ma quando una persona riferisce questa esperienza, psicologicamente può diventare molto interessante non fermarsi alla domanda:
“Il farmaco sta finendo il suo effetto?”
e chiedersi anche:
“Che cosa succede a me quando sento tornare la fame?”
La percepisco semplicemente come un segnale corporeo?
Oppure mi spaventa?
Mi fa pensare che perderò il controllo?
Mi fa temere che il trattamento non stia più funzionando?
Mi fa desiderare con urgenza la dose successiva?
Per una persona che per anni ha vissuto fame, craving o perdita di controllo come qualcosa di ingestibile, la loro drastica riduzione può essere vissuta come una liberazione.
E proprio per questo la loro ricomparsa può assumere un significato enorme.
La fame non è più soltanto fame.
Può diventare:
“Sto tornando quella di prima.”
Quando il farmaco diventa anche sicurezza
Questo porta a un’altra questione.
Se il farmaco ha permesso di ottenere qualcosa che per anni sembrava impossibile, può progressivamente assumere anche un significato psicologico:
con il farmaco sono al sicuro.
Al sicuro dalla fame.
Al sicuro dalla perdita di controllo.
Al sicuro dal peso precedente.
Al sicuro, qualche volta, perfino dallo stigma associato a quel corpo.
Non significa che si sviluppi una “dipendenza psicologica” nel senso clinico del termine.
Sarebbe una conclusione impropria.
Significa però che può costruirsi una relazione con il trattamento, esattamente come accade con molte terapie croniche.
E questa relazione può contenere sollievo, fiducia, speranza, ma anche paura.
La paura della sospensione è davvero irrazionale?
No.
Ed è importante dirlo chiaramente.
Nel trial SURMOUNT-4, dopo 36 settimane di trattamento con tirzepatide, i partecipanti avevano perso in media il 20,9% del peso iniziale (assumendo la dose massima consentita di 15 mg).
Durante le successive 52 settimane, chi continuava il trattamento perdeva mediamente un ulteriore 5,5%.
Chi invece fu trasferito al placebo recuperò mediamente il 14% del peso rispetto al momento della sospensione.
Un’analisi successiva dello stesso studio ha mostrato che, tra coloro che avevano perso una quantità clinicamente significativa di peso e poi avevano interrotto il farmaco, la maggioranza recuperava almeno il 25% del peso precedentemente perso entro un anno.
Questo non significa che tutti tornino al peso iniziale.
E soprattutto non significa che il recupero rappresenti un “fallimento”.
Significa che l’obesità è una condizione cronica e recidivante e che parte dell’effetto ottenuto dal farmaco può venir meno quando il trattamento viene sospeso.
La paura della persona, quindi, può avere una base reale.
Il problema psicologico non è avere paura.
Diventa interessante capire che cosa quella paura comincia a significare.
“Se riprendo peso avrò fallito.”
“Non posso più permettermi di sentire fame.”
“Se la bilancia sale significa che sto tornando indietro.”
“Finalmente gli altri mi vedono diversamente. Non posso perdere questo corpo.”
Sono pensieri diversi dal semplice timore medico di recuperare peso.
Toccano identità, valore personale, stigma e immagine corporea.
La “quinta dose” o “golden dose”: quando la cura produce un paradosso
Nei gruppi online dedicati alla tirzepatide circolano frequentemente riferimenti alla cosiddetta “quinta dose” o “golden dose”.
Il termine non appartiene alle indicazioni ufficiali del farmaco.
La KwikPen è progettata per erogare quattro dosi settimanali. Dopo la quarta può rimanere una certa quantità di soluzione, necessaria al corretto funzionamento del dispositivo.
Le indicazioni del produttore sono esplicite: dopo quattro dosi la penna deve essere eliminata, il residuo non deve essere iniettato e non deve essere trasferito in una siringa, perché può essere somministrata una quantità non corretta.
Eppure alcune persone cercano di prelevare quel residuo con una siringa da insulina.
La prima ragione riferita è soprattutto una: il costo.
Vedere una quantità di prodotto rimanere nella penna può generare la sensazione di buttare via qualcosa che è stato pagato molto.
Ma il fenomeno merita anche una riflessione più ampia.
Forse dovremmo domandarci se viviamo in un contesto culturale nel quale, ridurre il peso corporeo, viene considerato un obiettivo talmente importante da rendere tollerabili comportamenti che mettono sotto pressione altre forme di tutela della salute.
Il paradosso diventa allora molto evidente:
Sto assumendo un farmaco per prendermi cura della mia salute.
Ma quanto rischio sono disposto ad accettare pur di non sprecare neppure una parte del farmaco che mi permette di perdere peso?
E la domanda potrebbe diventare ancora più scomoda:
Accetteremmo con la stessa facilità di modificare autonomamente le modalità di somministrazione di un altro farmaco, contro le indicazioni del produttore?
Se la risposta fosse diversa, vale la pena chiederci perché.
Perché la salute non coincide con il peso.
E un trattamento dell’obesità realmente centrato sulla salute dovrebbe evitare che il desiderio di modificare il corpo finisca per rendere secondaria la sicurezza con cui ci prendiamo cura di quel corpo.
Non possiamo naturalmente concludere che chi recupera il residuo lo faccia “per grassofobia”.
Sarebbe una spiegazione arbitraria.
Ma possiamo interrogarci sul contesto grassofobico in cui la scelta viene compiuta.
Viviamo in una cultura nella quale perdere peso viene frequentemente associato non soltanto alla salute, ma anche a disciplina, desiderabilità, successo e valore personale.
E abbiamo già dati qualitativi che mostrano qualcosa di interessante: alcune persone in trattamento con farmaci incretinici dichiarano di essere disposte a sopportare effetti indesiderati e difficoltà considerevoli pur di ottenere il dimagrimento.
Questo rende legittima una domanda che va oltre la tirzepatide:
quanto rischio siamo culturalmente disposti ad accettare quando il risultato atteso è perdere peso?
Quando un farmaco diventa anche un oggetto culturale
È un passaggio importante perché la tirzepatide non viene utilizzata nel vuoto.
Viene utilizzata in una società nella quale il corpo magro possiede già un grande valore simbolico.
Social media, pubblicità, influencer e testimonianze personali contribuiscono alla costruzione pubblica di questi farmaci. La ricerca più recente osserva proprio come la comunicazione online possa oscillare tra informazione sanitaria, esperienza personale, promozione commerciale e narrazioni di trasformazione del corpo.
E questo può produrre un cortocircuito.
Un farmaco sviluppato per il trattamento di una malattia cronica rischia culturalmente di diventare:
“il farmaco che ti fa finalmente avere il corpo desiderato”.
Sono due rappresentazioni molto diverse.
Nella prima, il farmaco è uno strumento terapeutico.
Nella seconda, può diventare una promessa identitaria.
E quando la promessa non riguarda più soltanto la salute ma anche il diventare finalmente accettabili, desiderabili o adeguati, il rapporto con la terapia cambia.
Quando il corpo cambia più rapidamente dell’immagine corporea
Esiste poi un altro ambito da considerare.
Quello dell’immagine corporea.
Con tirzepatide alcune persone possono sperimentare perdite di peso molto importanti.
Il corpo può cambiare in modo evidente nell’arco di mesi.
Ma, come ho spiegato tante volte nei precedenti articoli, l’immagine corporea non è semplicemente la fotografia mentale del corpo attuale.
È costruita attraverso anni di esperienze, giudizi, relazioni, stigma, confronti e significati attribuiti al proprio aspetto.
Per questo può accadere che il corpo cambi più rapidamente del modo in cui la persona riesce a riconoscersi.
Per questo, una paziente può continuare a sentirsi “quella di prima”.
Oppure può accadere anche un fenomeno contrario: la persona precedente diventa “quella da cui prendere le distanze”:
“Non ero io.”
“Mi ero lasciata andare.”
“Non voglio mai più tornare così.”
Ed è proprio qui che il dimagrimento può iniziare a intersecarsi con l’identità.
Non c’è niente di patologico nell’essere soddisfatti di un cambiamento corporeo.
Tuttavia diventa importante una domanda:
quanto devo svalutare la persona che ero per riuscire ad apprezzare quella che sono diventata?
Perché (spoiler): quella persona sono sempre io!
Ridurre il food noise significa avere risolto il rapporto con il cibo?
Anche in questo caso, dobbiamo essere particolarmente cauti.
I dati mostrano che tirzepatide può ridurre fame, craving, disinibizione alimentare e reattività agli stimoli alimentari.
Questo è un effetto terapeutico reale e potenzialmente molto importante.
Ma la ricerca sul comportamento alimentare durante trattamenti farmacologici così potenti è ancora giovane.
Uno studio qualitativo recente ha osservato cambiamenti profondi durante la fase di perdita di peso: minore fame, maggiore sazietà, diminuzione dei pensieri sul cibo e porzioni inferiori. Gli stessi autori sottolineano però quanto resti ancora da capire sugli effetti a lungo termine e sulle diverse fasi della terapia.
Anche il concetto stesso di “food noise” è ancora oggetto di discussione scientifica: non sappiamo ancora se rappresenti un fenomeno unitario e distinto o un’etichetta che raccoglie esperienze psicologiche differenti.
Per questo sarebbe semplicistico concludere:
“Non penso più al cibo, quindi il problema è risolto.”
Potrebbe esserlo.
Oppure il farmaco potrebbe aver temporaneamente modificato uno dei meccanismi attraverso cui il problema si manifestava.
Sono due cose diverse.
E allora cosa può fare lo psicologo?
Il lavoro psicologico può aprire uno spazio intorno a domande come:
- Che rapporto avevo con la fame prima del farmaco?
- Che cosa provo quando torna?
- Che funzione aveva il cibo quando occupava così tanto spazio nella mia vita e che funzione ha adesso?
- Quanto mi spaventa l’idea di riprendere peso?
- Come sto vivendo un corpo che cambia rapidamente?
- Come parlo della persona che ero prima?
- Quanto del mio valore personale sto legando al risultato ottenuto?
- Quanto sono disposto a rischiare pur di non perdere quel risultato?
- Che rapporto sto costruendo con il farmaco stesso?
Queste domande non contraddicono il trattamento farmacologico.
Al contrario.
Possono far parte di una presa in carico nella quale la persona non viene ridotta né al proprio peso, né al farmaco che assume.
La tirzepatide può cambiare la fame. Ma la fame non è l’unica cosa che cambia.
Probabilmente è questo il motivo per cui parlare di una psicologia della tirzepatide ha senso.
Il farmaco può ridurre il desiderio di mangiare.
Può modificare il rapporto quotidiano con il cibo.
Può produrre grandi cambiamenti corporei.
Può migliorare parametri metabolici e salute.
Ma contemporaneamente può rendere visibili nuove questioni:
la paura della fame quando ritorna;
la paura della sospensione;
il rapporto con un corpo che cambia;
il significato attribuito al peso perduto;
il desiderio di non sprecare neppure una goccia di farmaco;
il rapporto tra dimagrimento e valore personale;
lo stigma verso chi assume questi trattamenti;
e il rischio che un farmaco per curare l’obesità venga trasformato culturalmente in uno strumento per ottenere il corpo socialmente desiderabile.
Queste domande non sono contro la tirzepatide.
Sono semmai un modo per prendere sul serio fino in fondo ciò che significa prendersi cura della propria condizione di obesità.
Perché la salute non è soltanto ciò che accade sulla bilancia.
E forse una delle domande più interessanti da porci mentre questi farmaci cambiano radicalmente le possibilità terapeutiche è proprio questa:
come possiamo utilizzare gli strumenti per modificare il peso senza tornare, ancora una volta, a far coincidere la salute della persona con il suo corpo?
Nota: questo articolo affronta aspetti psicologici, comportamentali e socioculturali associati al trattamento con tirzepatide. Non fornisce indicazioni su prescrizione, dosaggio, modalità di somministrazione, modifica o sospensione della terapia. Qualunque decisione farmacologica deve essere discussa con il medico prescrittore.
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Fonti regolatorie e di sicurezza
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- Eli Lilly Italia. Con quale frequenza posso usare una KwikPen Mounjaro® (tirzepatide)? Revisione 15 agosto 2025.
- Eli Lilly Italia. Risposte alle domande comuni per la risoluzione dei problemi della KwikPen® Mounjaro® (tirzepatide). Revisione 24 novembre 2025.

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