Obesità e attrattività: il corpo come prova di valore

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Attrattività, valore e corpo: spostare il piano

Quando si parla di corpo, obesità e femminilità, una delle discussioni più frequenti, e più polarizzanti, riguarda l’attrattività.
Chi è più attraente? Le donne magre lo sono davvero di più? Dire il contrario è una bugia consolatoria?

È una discussione che emerge spesso anche nei percorsi terapeutici. E non perché le persone siano superficiali, ma perché l’attrattività è diventata, per molte donne, un parametro centrale di autovalutazione.

Il problema, tuttavia, non è stabilire chi sia più o meno attraente.
Il problema è il piano su cui poniamo questa valutazione.


Riconoscere la realtà senza restarne intrappolati

Viviamo in una società grassofobica. La magrezza è socialmente premiata, associata a successo, desiderabilità, disciplina, controllo.
Negarlo non aiuta chi questa realtà la vive sulla propria pelle ogni giorno.

Molte donne con obesità non hanno bisogno che qualcuno dica loro che “sono belle così come sono” per decreto. Per questo molte attiviste o rappresentanti della body positive non riescono a far arrivare il messaggio sperato. Le donne obese hanno già sperimentato cosa significa non essere guardate, scelte, riconosciute secondo i canoni dominanti. E lo hanno sperimentato sul proprio corpo.

Ma, e questo fa tutta la differenza, riconoscere questa realtà non significa doverla assumere come verità identitaria.

Ed è qui che spesso avviene uno slittamento silenzioso e doloroso.


Quando l’attrattività diventa valore

Per molte donne, soprattutto in una cultura che educa al compiacimento e allo sguardo dell’altro, l’attrattività non resta un dato estetico.
Diventa una condizione di legittimità.

Se sono attraente, allora:

  • merito attenzione
  • merito cura
  • merito amore
  • merito piacere
  • merito di occupare spazio

Se non lo sono, tutto questo vacilla.

È qui che si crea una confusione profonda tra concetti che non dovrebbero coincidere:

  • attrattività e valore personale
  • desiderabilità sociale e diritto alla cura
  • essere scelti e avere diritto a un’esistenza piena

Quando questa sovrapposizione si consolida, il corpo smette di essere un luogo da abitare e diventa un progetto da correggere.


Perché non basta “capirlo” razionalmente

A questo punto, qualcuno potrebbe obiettare che tutto ciò è facilmente smontabile sul piano cognitivo.
E in effetti lo è.

Molte donne sanno perfettamente che questi standard non sono neutri, che rispondono a logiche di potere, di mercato, di controllo. Sanno che esiste un interesse enorme nel mantenere le persone, e in particolare le donne, occupate a migliorarsi, disciplinarsi, performare.

Eppure, nonostante questa consapevolezza, continuano a fare propria questa narrazione.

Non per mancanza di intelligenza o spirito critico.
Ma perché, per molte, questa narrazione diventa un baluardo identitario.


Il corpo come luogo sicuro

Lavorare sul corpo, sull’alimentazione, sull’estetica può diventare una sorta di rifugio psichico.
Un luogo riconoscibile, validato socialmente, apparentemente solido.

Costruire la propria identità attorno alla disciplina corporea permette di:

  • sentirsi dalla parte “giusta”
  • sentirsi inattaccabili
  • trasformare le critiche in “invidia”
  • aderire a un ideale di prestazione elevata, coerente con lo spirito del tempo

In un mondo che glorifica il controllo, l’efficienza e la performance, il corpo diventa uno degli ambiti più accessibili in cui sentirsi all’altezza.

Anche quando questo comporta una relazione faticosa, rigida o dolorosa con sé stesse.


Quando il piano estetico diventa “salute”

In alcune piazze di conversazione (specie quelle social o mediatiche) per evitare lo scontro diretto tra bello e brutto, spesso si assiste a uno spostamento del discorso sul piano della salute.
Soprattutto da parte di persone normopeso ma anche, pur se meno spesso, da chi l’obesità la vive sulla propria pelle, il giudizio si traveste da preoccupazione:


“Lo dico per la tua salute.”
“Non è una questione estetica.”
“Mi preoccupo per il tuo benessere.”

Ma anche qui, il piano si confonde.

La salute diventa un argomento inattaccabile, una giustificazione morale che consente di continuare a giudicare, controllare e prescrivere senza assumersi la responsabilità del giudizio stesso.

E soprattutto, si ignora un fatto fondamentale:
la salute non è un valore astratto né un dovere morale, ma un processo complesso, individuale, che non può essere ridotto al peso corporeo.


L’interrogativo più universale: “cosa mi è stato insegnato a credere sul mio valore?”

Se c’è una domanda che davvero ci riguarda tutti, è questa: cosa ci è stato insegnato sul nostro valore?
Perché la facilità con cui molte persone si assumono un’aspettativa valoriale nei propri confronti anche quando è difficile da sostenere non è un segno di forza.
È spesso il segno che qualcosa è fallito prima.

E quel “qualcosa” si trova molto spesso nei primi legami, nelle prime relazioni con i caregiver:
quando l’amore viene vissuto come condizionato.

Amore condizionato: il messaggio più subdolo

L’amore condizionato è quello che dice, anche senza parole:

“Ti amo se fai quello che voglio io.”
“Se mi rendi orgoglioso/a, ti meriti di essere amato/a.”
“Se ti comporti bene, allora vali.”

Quando cresciamo con questo tipo di messaggi, impariamo che il nostro valore non è un dato intrinseco, ma qualcosa da guadagnare, dimostrare, meritare.

E da adulti, questo “solo se…” può essere riempito con le aspettative più disparate:

  • perdere peso
  • rifarsi il seno
  • avere l’auto più costosa
  • ottenere un fatturato sopra “X euro”
  • essere perfette come mamme, mogli, lavoratrici
  • non dimostrare gli anni che si hanno
  • eliminare i peli superflui e le doppie punte
  • finire l’università in tempo
  • essere sempre sorridenti e motivate

E potremmo continuare all’infinito.

Il punto non è la specifica aspettativa, ma la struttura

Non importa quale sia il “solo se…” che ci viene, di volta in volta, proposto: il nodo è che il valore viene sempre rimesso in gioco, continuamente, come se non fosse mai garantito.

Per molte persone con obesità, questo si manifesta nel corpo.
Per altre, in altri ambiti.
Ma la dinamica è la stessa: il valore personale è condizionato, e il corpo diventa uno dei principali luoghi in cui cercare conferma.


Spostare davvero il piano

In terapia, spesso non è utile discutere se una donna con obesità sia o meno attraente.
Serve chiedersi cosa accade quando una persona sente di valere solo a certe condizioni.

Quando il diritto al piacere, alla cura, alla relazione viene percepito come qualcosa da guadagnare attraverso il corpo.

Il lavoro non consiste nel convincersi di essere attraenti, ma nel sciogliere l’equazione che lega attrattività e valore.


Un’altra domanda possibile

Forse la domanda più trasformativa non è:
“Posso essere attraente così come sono?”

Ma:
“Cosa mi è stato insegnato a credere sul mio valore?”
“E cosa mi costa continuare a misurarmi in questo modo?”

Per molte persone, soprattutto per chi ha una storia di trauma relazionale, uscire da questa logica non è immediato né semplice.
Ma è spesso lì che inizia un lavoro più profondo: quello di restituire al corpo la possibilità di essere abitato, non costantemente giudicato.

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